lunedì 24 aprile 2017

Terrazze Retiche di Sondrio IGT - Selvatico - 2013 - Pietro Selva

Degustazione del 24 aprile 2017


  1. GUSTO: 7,5
    affilato, tagliente... Selvatico! Proprio quello che ci si aspetta da un nebbiolo di montagna! Il tipico colore rubino scarico, al naso è complesso, inizialmente con sentori di frutti rossi e poi con una piacevole nota speziata, di cacao o di caffè. In bocca c'è la conferma di questa complessità, ma anche della sua selvaticità, con un'acidità di poco superiore alla tannicità. Nel complesso, mi è parso un vino molto intrigante, che si lascia bere volentieri, pur presentando forti tipicità legate al territorio ed al vitigno. Sono contento di averlo bevuto relativamente giovane (2013), perchè credo che fosse questo il tipo di vino che aveva in mente il produttore
  2. FAIRNESS: 8,5
    l'azienda agricola Selva Pietro è di recentissima costituzione e di minuscole dimensioni (1,5 ha vitati), ma ha tutte le carte in regola per essere già considerata insieme ai nomi più noti e riconosciuti della nuova enologia "naturale". Non credo che il proprietario ami questo genere di etichette (così come, per esempio, non insegue a tutti i costi la doc Valtellina Superiore - Sassella), ma, per quel poco che ci è dato di sapere, la sua filosofia è proprio quella. Un giovane e preparato enologo, che cerca di esprimere al massimo le potenzialità del proprio territorio, senza trucchi e senza scorciatoie
  3. OCCASIONE: 7
    uno pseudo-ponte prefestivo è un buon pretesto per assaggiare una bottiglia fuori dal comune, anche se trattasi pur sempre di un vino cd. quotidiano
  4. ACQUISTO: 9
    questa bottiglia è stata acquistata dal mio amico Pax ad una fiera prenatalizia a Monza, direttamente dalle mani del produttore, che gliel'ha pazientemente illustrata
  5. PREZZO: 7,5
    come al solito, la viticoltura eroica della Valtellina non può confrontarsi con quella industriale e di pianura. Ciò posto, la fascia 10-12 euro è corretta, per un vino che è tutt'altro che banale



VOTO MEDIO: 7,9

lunedì 17 aprile 2017

Mosel Piersporter Goldtropfchen Riesling Kabinett - 1999 - Weingut Molitor Rosenkreuz


Degustazione di Pasquetta - 17 aprile 2017

  1. GUSTO: 8
    Gli appassionati di vino concordano quasi unanimemente che i vini bianchi più prestigiosi (e soprattutto più longevi) del mondo provengano dalla Germania, con particolare riferimento ai riesling della Mosella. Si tratta di vigneti impervi che costeggiano il fiume Mosel, già di per sè stessi difficili da coltivare, posti peraltro ad una latitudine estrema per la coltivazione della vite. Queste condizioni estreme, come spesso accade, consentono di ottenere un prodotto particolarissimo. Il vino bevuto oggi, per esempio, aveva appena 9,5% di alcool e già 18 anni sulle spalle e, pur essendo stato vinificato solo in acciaio, era ancora perfettamente integro! Anzi, i tipici sentori di idrocarburi che caratterizzano questa tipologia di uve dopo lungo invecchiamento, ancora erano ben mitigati da altri sentori morbidi e quasi dolci (mi viene in mente la pesca), che ne davano un equilibrio notevole. Anche l'acidità, sempre pronunciata in questi vini, era gradevole e certamente non eccessiva. Un vino davvero difficile da catalogare e senz'altro molto gradevole!
  2. FAIRNESS: 8
    non conoscendo il tedesco, mi baso sulle informazioni reperite dalle fonti italiane, ma posso senz'altro affermare che la cantina Molitor Rosenkreuz è una piccola realtà (5 ha vitati per 30.000 bottiglie l'anno), che produce vini naturali (rispetto per l'ambiente in vigna, lieviti indigeni, valorizzazione del terroir e delle singole annate) di grande qualità
  3. OCCASIONE: 7,5
    la classica "gita fuori porta" di Pasquetta si è concretizzata nell'invito a pranzo da due dei nostri migliori amici che abitano in una splendida villa nella campagna pavese. Prima di una consueta grigliata, abbiamo abbinato al riesling una pasta fredda ed un'insalata di asparagi al vapore (con rapanelli, carote, cipolloto, pomodori...). Piatti freschi e di stagione che non hanno sovrastato l'eleganza del vino!
  4. ACQUISTO: 8
    dopo aver assaggiato questo specifico vino al LiveWine 2017 di Milano, ho subito colto l'occasione per acquistarne alcune bottiglie dal rivenditore Meteri.it, che è uno splendido sito che seleziona pochissimi vini ricercati, prodotti da viticoltori naturali ed attenti a valorizzare i rispettivi terroir! Per quanto mi riguarda, si cade pressochè sempre in piedi!
  5. PREZZO: 7,5
    per essere un riesling della Mosella di 18 anni, i 21,70 € sono assolutamente ben spesi e meritevoli. Su altri prodotti del medesimo sito, che ho acquistato in cantina o tramite altri canali, ho notato qualche piccolo sovrapprezzo, ma nel caso di specie non ho metro di paragone e la ricercatezza del prodotto giustificherebbe anche un eventuale piccolo ricarico
VOTO MEDIO: 7,80

martedì 4 aprile 2017

Cinque grandi Bordeaux alla prova dei 30-40 anni!


Nella lussuosa cornice del Westin Palace di Milano, AIS Milano ha organizzato due serate particolarmente interessanti, dedicate all'evoluzione dei vini francesi decorsi 30-40 anni dalla vendemmia.
Il 3 aprile scorso, in particolare, è stato il turno dei vini rossi (il 6 giugno toccherà ai bianchi) e, a parte un particolarissimo intruso proveniente dalla Provenza (Vignelaure 1980, sempre e comunque composto da uve cabernet e merlot), si sono confrontati 5 grandi vini di Bordeaux.
Come premessa generale, devo ammettere di nutrire grande fascino per il vino francese in generale (che riconosco superiore ad ogni altra viticoltura mondiale quantomeno per storia, cultura e picchi di eccellenza), ma di avere una certa antipatia per il Bordeaux, soprattutto se confrontato con la Borgogna...
In Borgogna, per esempio, i vini sono conosciuti solo per il terroir ultra specifico, per quel pezzo di vigna con caratteristiche peculiari dal quale provengono, ed infatti le bottiglie sono catalogate per village e climat, venendo in secondo piano il produttore (cd. Domaine).
In Bordeaux, al contrario, esistono potenti Chateau, oggi anche in buona parte di proprietà di assicurazioni e grandi investitori del mondo della finanza, che marchiano il vino da loro prodotto, a prescindere dalla specifica vigna dalla quale l'uva è raccolta...
Anche i vitigni utilizzati in Bordeaux sono i grandi vitigni internazionali (merlot, cabernet sauvignon, cabernet franc) i quali, diciamocelo, danno buoni vini un po' in tutto il mondo, mentre in Borgogna si coltiva solo il pinot nero, vitigno particolarissimo e delicato, che in nessun altro luogo del mondo da risultati paragonabili.
Ancora si potrebbero citare le dimensioni totali coltivate, il numero di bottiglie prodotte, la speculazione sui prezzi delle stesse, ma anche lo stesso landscape a ridosso di un grosso fiume e delle zone quasi paludose ad esso annesse, la stessa presenza di una metropoli nel bel mezzo dei vigneti...
Insomma, per la mia modestissima opinione, la zona di Bordeaux rappresenta "la puzza sotto il naso", è il simbolo di un'enologia moderna fatta più per il mercato che per la qualità del vino, gestita da multinazionali più che da contadini; mentre i cugini borgognotti mi danno l'idea di una cultura più sobria, più contadina, più legata alle tradizioni secolari e più attenta alla qualità del prodotto che al suo posizionamento sul mercato.
Fatta questa noiosa e non richiesta premessa, ieri sera ho bevuto 5 vini interessantissimi, di cui 4 straordinari!
La stessa circostanza di assaggiare bottiglie di quel livello e di annate così risalenti, con possibilità di un confronto diretto e con l'aiuto di un grande esperto (Nicola Bonera) che ce le ha commentate è stata per me un'esperienza estremamente formativa, oltre che goderccia!
Volendo spendere due parole anche sui vini, serviti in modo impeccabile dai sommelier dell'AIS (che hanno stappato - non senza problemi - filtrato, scaraffato, portato a temperatura ideale - mantenuta intorno ai 14° fino al servizio per evitare una eccessiva ossidazione - e servito i vini con professionalità), mi ha stupito innanzitutto la grande complessità ed evoluzione che gli stessi ci hanno regalato; ogni olfazione, ogni giro di bicchiere, ogni sorso, sentivamo profumi e sapori differenti, e mai è emerso un solo difetto.
Il Chateau Tours del Malle 1989 (Graves) (produttore più avvezzo al sauternes) ha regalato piacevoli profumi di zafferano, confermati anche al sorso, ma si è dimostrato l'unico dei 5 ad aver perso quasi tutta la tannicità, la freschezza e la materia. Dopo una mezz'ora dal servizio, poi, ha virato verso toni affumicati non particolarmente gradevoli.
Il Chateau Fonroque 1988 (St. Emilion) e Chateau La Grave 1988 (Pomerol), accomunati da un'annata più ruvida rispetto alle altre, hanno forse proprio per questo mostrato un tannino più pronunciato, associato nel primo caso a intensi profumi di sottobosco (quasi funghi) e nel secondo a note più speziate e forse anche più eleganti. Due grandissimi vini, ancora perfettamente presenti!
Lo scettro del migliore, però, se lo contendono i due vini più rinomati (e costosi), ossia il Chateau Petit Village 1989 (Pomerol) ed il Chateau Leoville Las Cases 1978 (St. Julien).
Entrambe le bottiglie hanno quotazioni considerevoli, che possono arrivare anche oltre le 100-200 euro la bottiglia, a seconda delle annate e del canale di acquisto e rappresentano rispettivamente un'etichetta emergente ed una storica della denominazione.
All'assaggio i vini erano differenti, ma entrambi eccezionali!
Entrambi con colori molto intensi, ed ancora in predominanza rubino.
Il Leoville Las Cases aveva inizialmente una nota vegetale, verde, molto pronunciata, assolutamente insolita in un vino di quasi 40 anni, ed oggi poco di moda, ma che a me è piaciuta molto. Dopo una mezz'ora il profumo si è molto evoluto, passando a note più balsamiche ed a sentori quasi di un amaro alle erbe, più che di un vino. All'assaggio tutti i presenti sono rimasti sorpresi dalla freschezza e dall'equilibrio tra acidità e tannino, ancora entrambi presenti, che hanno reso questo vino interessantissimo, ricco e probabilmente perfetto anche per accompagnare un buon piatto di carne.
Il Petit Village 1989, dal canto suo, mi ha forse dato qualche emozione in meno, anche per gli undici anni di storia regalati al precedente vino, ma devo ammettere che era forse ancora più elegante ed impeccabile dal punto di vista dei profumi e dei sentori gusto-olfattivi.
In conclusione devo dire che, a questi livelli e con queste annate, tutti i discorsi iniziali non hanno avuto alcuna importanza.
Consiglio a tutti di provare esperienze degustative di questo tipo, che sono emozionanti per l'anima ed istruttive per la conoscenza dell'evoluzione del vino, una delle caratteristiche più affascinanti per ogni appassionato.
Ora non vedo l'ora di assaggiare i bianchi!
Stay tuned

lunedì 27 marzo 2017

Provincia di Pavia Rosso IGT - Il Beneficio - 2012 - Alessio Brandolini


Degustazione del 26 marzo 2017

  1. GUSTO: 7,5
    ho già parlato in altri post dei vini dell'Oltrepò, dal cult Barbacarlo, alla bonarda, al metodo classico da uve pinot nero. Ma questo territorio è in grado di regalare anche grandi rossi tout court! In questo caso abbiamo un potente blend di croatina e barbera, con lungo affinamento in barrique (15 mesi), stabilizzazione in vasche di cemento per un anno e riposo per un altro anno in bottiglia prima della commercializzazione. Da ciò si ricava un vino potente (14%), corposo, caldo, dai profumi intensi, ma anche con un grande equilibrio. La categoria è quella dei vini top, da invecchiamento.
  2. FAIRNESS: 7,5
    Alessio Brandolini è un giovane molto impegnato, che ogni anno acquista sempre maggiore credibilità nel panorama oltrepadano! Il suo approccio al vino, poi, è davvero quello moderno che piace a noi: estrema cura per il territorio, vitigni autoctoni, riduzione al massimo delle sostanze chimiche
  3. OCCASIONE: 7,5
    è bello quando sei a casa e ti vengono a trovare tua sorella e tua cognata, con rispettivi consorti, e improvvisi un aperitivo che diventa cena!
  4. ACQUISTO: 9
    come altre bottiglie già commentate, anche questa è stata acquistata direttamente dalle mani di Alessio Brandolini, durante la nostra zingarata in Oltrepo dello scorso novembre
  5. PREZZO: 8
    se un grande vino rosso, da invecchiamento, viene venduto a 15 euro la bottiglia, siamo davanti ad un ottimo rapporto qualità/prezzo. Credo che un vino del genere, in una degustazione alla cieca, potrebbe benissimo passare per un vino della fascia 30-40 euro!
VOTO MEDIO: 7,9

domenica 12 marzo 2017

Emilia IGT - Vej - 2015 - Podere Pradarolo

Grappolo di Malvasia di Candia





















Degustazione dell'11 marzo 2017

  1. GUSTO: 7,5
    chi non sa cosa sia un "orange wine", rischia di rimanere disorientato assaggiando un vino di questo tipo! Si tratta, infatti, di un vino bianco, vinificato in rosso, ossia macerato insieme alle bucce. La foto del grappolo di malvasia di candia a piena maturazione, infatti, dimostra in modo eclatante il motivo del particolare colore del Vej. In particolare, si tratta di un colore straordinario ed affascinante! Un ambra che ci rimanda ad alcuni passiti o addirittura a distillati o birre, ma davvero faticheremmo ad associare ad un vino bianco secco, della scorsa vendemmia. I giorni a contatto con le bucce, nel caso dell'annata 2015, sono stati 210, come viene mostrato in modo fiero e simpatico in etichetta. Venendo all'olfatto, oltre al piacevole sentore aromatico peculiare del vitigno, abbiamo un'intenso profumo di rosa, ma anche sentori di agrumi e di pesca. All'assaggio, per chi come me non è ancora del tutto abituato a questa tipologia di vino, risalta subito la sensazione tannica (data sempre dalle bucce e che quindi non si trova mai nei vini bianchi "tradizionali"). Per il resto l'aromaticità del vino è sorretta da una buona struttura. L'insieme di queste caratteristiche davvero particolari, lo rendono un vino unico e che vale senz'altro la pena di assaggiare. Non posso dire, però, che ne avrei bevuta un'altra bottiglia subito dopo. Anche quanto all'abbinamento con il cibo, non sono convinto di quale piatto lo potrebbe esaltare: noi, per esempio, lo abbiamo abbinato ad un'ottima minestra di legumi cucinata dalla padrona di casa
  2. FAIRNESS: 8,5
    Podere Pradarolo è una piccola azienda della provincia di Parma (Valle del Ceno) che ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla produzione di vini cd. naturali, ossia prodotti con uve coltivate nel pieno rispetto della natura e della biodiversità (anche oltre i protocolli del "bio") e vinificate senza l'aggiunta di alcun additivo chimico e di solforosa. In particolare, poi, il vigneron Alberto Carretti ha voluto riscoprire un metodo di vinificazione dei vini bianchi con lunghe maturazioni (come si anticipava in precedenza), che, oltre alla riscoperta di una tecnica utilizzata già in passato anche proprio in Emilia, permette di ottenere vini bianchi più strutturati e longevi e di tirare fuori il meglio di ogni vitigno
  3. OCCASIONE: 7
    una normale cena con amici storici è diventata un'occasione speciale dal momento che, tra impegni quotidiani e malattie varie, non ci ritrovavamo insieme da quasi tre mesi! La cornice della Cascina Valmora, poi, dimora di artisti, ha reso l'atmosfera davvero calda come il colore del Vej
  4. ACQUISTO: 7,5
    ho acquistato questa bottiglia all'ultimo LiveWine di Milano, dopo che l'assaggio mi aveva davvero stregato
  5. PREZZO: 7,5
    ho pagato la bottiglia 12,5 €, un prezzo che mi sembra assolutamente onesto. Come dicevo, è un prodotto unico e difficilmente paragonabile agli standard che abbiamo in mente, ed è quindi difficile stimarne il valore. Di certo possiamo fidarci sulla qualità delle uve e sulla paziente e complessa tecnica di vinificazione
VOTO MEDIO: 7,6

lunedì 6 marzo 2017

Alsace AOC - Riesling Coup de foudre - 2010 - Bernhard & Reibel


Degustazione del 4 marzo 2017

  1. GUSTO: 8
    sabato sera, mentre si scatenava una romantica tempesta di neve (40 cm in una giornata!), abbiamo deciso di recarci presso quel magnifico ristorante che è il Foyer des Guides, immerso nelle piste da sci di Valtournenche. Dopo aver dato un occhio al menù, io e mia moglie ci facciamo tentare, tra le altre cose, da un tris di foie gras, presentati con cotture ed abbinamenti differenti. Subito mi si accende una lampadina: serve un vino speciale! Ecco dunque come arriviamo a questo straordinario riesling alsazino, con già (o solo!) 7 anni sulle spalle, che si presenta con un invitante colore giallo paglierino con riflessi dorati. Il naso è intenso: si sentono in modo predominante i tipici ed eleganti profumi di idrocarburi, ma anche frutta esotica e fiori freschi. Anche al gusto c'è tutto quello che ci si può aspettare da un vino del genere, con spiccate mineralità e sapidità.
    Anche l'abbinamento con il foie gras ci stava tutto!
  2. FAIRNESS: 8
    non avevo mai sentito parlare della cantina in oggetto, ma fin da subito mi balza all'occhio il logo dei "Vigneron independent" (in Italia "Vignaioli indipendenti"), segno di una piccola realtà che gestisce in modo artigianale tutti i passaggi, dalla coltivazione alla vinificazione. Cercando qualche notizia in più, trovo la conferma che si tratta di una cantina di piccole dimensioni (23 ha), che coltiva tutti i vitigni tipici dell'Alsazia (Gewurztraminer, pinot grigio e riesling) con certificazione biologica.
  3. OCCASIONE: 7,5
    nessuna particolare ricorrenza, ma una piacevolissima serata di fine inverno trascorsa in montagna insieme alla mia famiglia e a mia sorella con il suo fidanzato. L'atmosfera è stata resa davvero indimenticabile dalla forte nevicata. Come direbbe un mio caro amico, poi, ci siamo "sparati l'eleganza" ordinando piatti raffinati e bevendo una gran bottiglia di vino!
  4. ACQUISTO: 7
    come spiegavo in un precedente post, il Foyer des Guides offre una cantina esteticamente molto spettacolare, proprio all'ingresso del ristorante. Anche i vini offerti, ovviamente, sono molto ricercati. Vi sono quasi tutti i migliori vini della Valle d'Aosta, ma anche una buona selezione di vini italiani e francesi
  5. PREZZO: 7
    i 35 euro spesi al ristorante sono veramente onestissimi! Non so quanto possa costare una bottiglia del genere in cantina (credo una fascia da 15 a 20 €), ma posso garantire che ne è valsa senz'altro la pena, anche attesa l'annata già un po' evoluta!
VOTO MEDIO: 7,5

lunedì 20 febbraio 2017

LiveWine 2017: la straordinaria varietà dei vini naturali!


Ieri sono stato al LiveWine di Milano, il Salone Internazione del vino artigianale, anche detto "naturale". Ma cos'è questo vino naturale tanto di moda di questi tempi?
Per spiegare come la penso, voglio fare un piccolo esperimento.
Vi farò 5 domande, che contemplano alternative semplici.

  1. Preferite guardare un incontro di Wrestling o un match di boxe?
  2. Preferite un mobile fatto su misura dalla ditta Fumagalli di Lissone o un Pax dell'Ikea?
  3. Preferite mangiare un mango che viene dal sudamerica, a dicembre, o delle fragole, raccolte nel giardino di casa, a maggio?
  4. Preferite vivere tra le fabbriche che scaricano rifiuti nel fiume Lambro, o in un paesino in una valle incontaminata della Sila?
  5. Preferite una rosa cresciuta spontaneamente, ai bordi di un bosco, o quella venduta ad un euro dal cingalese il sabato sera?
Non credo che ci siano grandi dubbi sulle risposte che avrete dato, e non perchè le domande fossero di per sè suggestive... Spesso, però, il Wresling è molto più divertente della boxe; tutti riteniamo che valga la pena comprare i mobili da Ikea; fa molto cool mangiare il mango a Natale, mentre quasi nessuno ha le fragole in giardino... Ancora, la valle del Lambro sarà triste e inquinata, ma è uno dei luoghi dove c'è il pil pro-capite più alto in Italia, oltre a tutti i comfort ed i servizi della Brianza e di Milano, mentre vivere sulla Sila può significare vivere isolati e senza lavoro... Anche la rosa selvatica sarà pure romantica, ma è rara, spesso poco rigogliosa e poco profumata...
Ciò nonostante, credo che chiunque, sulla carta, preferisca le cose autentiche, fatte su misura, da un artigiano, legate alla stagionalità ed alla tradizione di un territorio, non inquinate, rispettose della natura! E le preferisca anche a costo di sopportare qualche piccola imperfezione, di pagarle qualcosa di più, di avere qualche scomodità in più e di dover attendere un po' di più per ottenerle.

Ecco, il vino naturale è esattamente questo! E' un vino che proviene da vigneti veramente vocati per la coltivazione della vite, anche se impervi e coltivabili solo a mano; è un vino fatto coi vitigni tipici del territorio; è un vino che proviene da viti coltivate con metodo biologico, o addirittura biodinamico, a prescindere dalle formali certificazioni; è un vino fatto in modo artigianale, senza alcun additivo chimico (compresi i solfiti), utilizzando meno tecnologia possibile, che fermenta spontaneamente, utilizzando i lieviti autoctoni presenti sulla buccia dell'uva e nella cantina; è un vino che attende pazientemente prima di essere commercializzato, anche per anni, se l'artigiano che lo produce sa che potrà dare il meglio di sè solo dopo aver riposato per il tempo necessario, nel materiale che meno alteri le caratteristiche del vigneto.

Il punto, allora, è questo: se un vino naturale è tutto questo, ma poi non appaga il sorso, il discorso è affascinante, ma lascia un po' il tempo che trova... Se, però, consente anche di far esprimere ai vitigni caratteristiche che nei vini "industriali" non emergono, o comunque favorisce una maggiore differenziazione di colori, profumi e sapori nei vini, e magari costa solo poco di più rispetto ai colleghi della GDO, abbiamo davvero trovato il "VINO GIUSTO" che cercavamo!

Tornando al LiveWine 2017, posso senza retorica affermare che la maggior parte dei vini era di quest'ultima categoria. Mi soffermerò in separati post su singole bottiglie o cantine, ma qui voglio fare una rapidissima carrellata (assolutamente non esaustiva) per dare un'idea della straordinaria varietà che abbiamo avuto la fortuna di assaggiare (con i miei compagni di bevute Pax, Tommy e Simone, che ringrazio per la pazienza e la fiducia riservatemi!).

Dopo un assaggio al curioso sidro di Fremont Julien, siamo partiti dal Prosecco Colfondo di Mongarda, davvero interessante (e per noi decisamente più equilibrato rispetto a quello di Casa Belfi), per passare ai vini molto freschi e verticali de Il Pendio (Franciacorta) ed a quelli più complessi (forse troppo) di Casa Caterina, di cui abbiamo apprezzato molto il "36" e un po' meno le versioni con oltre 10 anni sur lies. Sulle bollicine, però, diamo atto che nessuno ha retto il confronto con lo Champagne di Francis Boulard, del quale abbiamo trovato semplicemente perfetto il blend "base", se così si può chiamare, e forse un po' troppo complessa la versione con chardonnay in purezza.
Venendo ai bianchi (rectius "orange", ossia bianchi vinificati come fossero rossi, con macerazione a contatto con le bucce), abbiamo sfruttato l'occasione di assaggiare, uno a fianco all'altro, i più grandi produttori del Carso (tranne l'assente Gravner), ossia Podversic, Zidarich, Radikon, Terpin e Princic. Il livello è stato altissimo e mi ha stupito la grande varietà di colori e sapori, nonostante fossero tutte cantine con filosofie, terreni e vitigni molto simili. I miei preferiti sono stati il Nekaj (tokaj) e la Ribolla Gialla di Damjan Podversic, semplicemente straordinari! Una menzione speciale va anche a tre orange wine outsider, ossia al profumatissimo Fiano di Avellino di Pierluigi Zampaglione, al pinot grigio di Foradori (leader per i suoi Teroldego) e soprattutto al Vej di Podere Pradarolo (Parma), da uve malvasia di candia, che ci ha stregato con piacevolissimi sentori agrumati.
Anche tra i bianchi (in questo caso non macerati sulle bucce), però, temo che lo scettro debba essere assegnato all'estero, ossia al Riesling della Mosella, di Molitor Rosenkreuz, che ha proposto una piccola verticale con l'ultima annata, 2015, molto profumata e beverina, seguita da due annate storiche, ossia 2001 e 1999, nelle quali il tipico affascinante sentore di idrocarburi la faceva da padrone!
Venendo ai rossi, la corona è senz'altro da assegnare al Barbaresco 2013 di Cascina Roccalini. vino dall'eleganza straordinaria! Molto interessanti anche alcune versioni di aglianico, come il Pian del Moro di Musto Carmelitano, con quel passaggio in legno che lo ha reso, a nostro avviso, ancora più equilibrato rispetto al comunque ottimo "Serra del Prete", che fa solo acciaio e cemento. Passando dal Vulture al Taurasi, le tre versioni de Il Cancelliere ci sono piaciute tutte, proprio per le loro differenze, anche se, nel caso specifico, abbiamo addirittura preferito l'intermedio "Gioviano" 2013, già perfettamente pronto, al "Nero Nè" 2011, che, pur mostrando la stoffa del grande vino, credo dovrà ancora smussare un po' i tannini riposando qualche altro anno in bottiglia. Unica delusione, nostro malgrado, il Magma di Frank Carnelissen, genio belga prestato al nerello mascalese etneo, che è stato presentato nell'annata 2015, ancora non sul mercato, e dal quale ci aspettavamo decisamente di più (anche perchè si tratta di un vino che può costare oltre 100 euro la bottiglia...).
Menzione speciale e premio alla carriera al Montepulciano d'Abruzzo di Emidio Pepe, proposto nelle versioni 2013, 2007 e 2001 (se non sbaglio). Un vino puro! Che affina al 100% in cemento vetrificato e che migliora sempre, anno dopo anno...
Dulcis in fundo... I passiti!
C'era davvero una vastissima scelta e ci eravamo tenuti un po' di risorse per poterceli godere dopo la maratona di cui sopra! Debbo dire che alcune malvasie delle lipari ed il Greco di Bianco di Lucà non mi hanno comunicato quel quid in più che mi aspettavo, mentre meritevoli di menzione ci sono la versione passita della malvasia di candia di Podere Pradarolo e, soprattutto, il Sol di Ezio Cerruti (piccolo produttore che coltiva solo ed esclusivamente uve moscato) la cui vena acida lo ha reso il nostro preferito!
Tra gli italiani, si intende... Perchè anche qui, ahi noi, i sauternes erano quasi fuori concorso! Quelli di Roussey Peraguey, in particolare, ci hanno veramente stregato!

In conclusione, come dicevo nell'introduzione, abbiamo bevuto decine di vini uno diverso dall'altro, molti dei quali anche molto più buoni rispetto ai pari prezzo "industriali" e, soprattutto, non abbiamo avuto il minimo giramento di testa, nè mal di testa!
Questa storia dei solfiti deve essere vera!
Lunga vita ai vini naturali! E chi torna più a bere gli altri vini adesso?!